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Non chiederci la parola

Non chiederci la parola di Eugenio Montale: analisi e commento

Non chiederci la parola” è un componimento poetico di Eugenio Montale scritto nel 1923 e pubblicato due anni dopo, nel 1925, nell’opera Ossi di seppia.

Analizziamo insieme il significato della poesia, lo schema metrico e le principali figure retoriche.

Il commento a “Non chiederci la parola”

Per comprendere a pieno il significato di questa poesia di Montale, bisogna innanzitutto collocarla ed interpretarla alla luce del periodo storico dell’epoca.

Siamo nel 1923, in Italia è il momento di Mussolini al potere e la prima Guerra Mondiale è terminata da poco.

Il clima è teso, precario, affranto e la visione pessimistica del mondo di Montale male si sposa con la retorica del vigore e della gagliardia tipici del regime.

Questo conflitto, questo senso di angoscia legato ad una sorta di smarrimento della coscienza, vengono percepito non solo da Montale.

Bensì anche da altri poeti appartenenti alla medesima corrente di pensiero: l’ermetismo.

Ed è proprio a loro che si riferisce “l’io lirico”, declinato alla prima persona plurale “noi“.

Nel primo verso Montale riconosce ed ammette l’impossibilità da parte dei poeti, dei pensatori del tempo, di offrire una risposta puntuale e precisa circa l’esistenza umana.

Il componimento si apre con l’espressione “Non chiederci la parola che squadri da ogni lato l’animo nostro informe …” .

Non è infatti un caso che la poesia cominci proprio con una negazione, come se il poeta volesse avvertire il lettore circa il fatto che non vi troverà una risposta ai suoi tormenti.

Gli eventi che si sono susseguiti hanno contribuito fortemente alla perdita di ogni certezza, rendendo di fatto impossibile restituire, per mezzo della parola, un’immagine chiara dell’animo umano definito appunto “informe“.

Nella seconda strofa il poeta si rivolge, in antitesi e con amara ironia, a coloro che, fieri e sicuri, nutrono fiducia in loro stessi e nel prossimo e vivono senza porsi troppi interrogativi.

Tanto da non vedere neanche la loro ombra riflessa sul muro.

Appare evidente dunque l’incomunicabilità tra i due mondi: da una parte chi si strugge al pensiero di un’esistenza precaria e dall’altra parte chi si conforma passivamente agli altri per mezzo di un atteggiamento inconsistente, privo di spirito critico.

Nella terza ed ultima strofa, Montale sottolinea la difficoltà oggettiva di svelare una verità assoluta, un modello corretto da seguire. Non ci sono formule, non ci sono simboli.

Tutto ciò che il poeta può fare per il lettore è mostrargli, con rammarico, ciò che egli non è e non desidera, come per sottolineare la sua estraneità e contrarietà agli avvenimenti in corso.

L’analisi metrica del brano

Dal punto di vista metrico la poesia “Non chiederci la parola” si presenta suddivisa in tre strofe da 4 versi, dette appunto quartine, di lunghezza variabile.

Le rime presenti sono di due tipologie: incrociata nelle prime due strofe (ABBA e CDDC) e alternata nell’ultima (EFEF).

Ai vv. 6-7 è presente una rima ipermetra “amico-canicola”.

Le principali figure retoriche sono:

  • Anafora: ai vv. 1-9 “Non”.
  • Metafora: al v 2 “lettere di fuoco”.
  • Enjambements: ai vv. 1-2, 3-4 e 7-8.
  • Similitudini: ai vv. 3-10 “come un croco; come un ramo”.

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